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venerdì 24 dicembre 2010

Bon Nadale!

mercoledì 8 dicembre 2010

Graziano Cecchini alle Iene - www.guendalina.it -

Lancio di palline a Piazza di Spagna "Arresto" Graziano Cecc

Lancio di palline, l'intervista a Graziano Cecchini

LA VENDETTA HACKER vendica il suo paladino Julian Assange

LA VENDETTA HACKER - La comunità hacker intanto vendica il suo paladino, quel Julian Assange finito in manetta. A detta di molteplici agenzie di stampa, da martedì un gruppo di pirati informatici è unito per punire chi sta cercando di isolare Assange. Un gruppo hacker avrebbe varato l'iniziativa "Avenge Assange", seguita a ruota dall'operazione "Payback". Fino a questo momento gli attacchi hanno colpito alcuni grandi operatori, quali Mastercard e Paypal. Il copione è sempre lo stesso, quello degli attacchi in serie Ddos: simulare uno spropositato numero di contatti per paralizzare il sito. Il sito delle carte di credito e quello dei pagamenti online sono rimasti "down" per alcune ore. Il peccato dei due portali, quello di aver bloccato le offerte dei sostenitori al sito Wikileaks.

domenica 5 dicembre 2010

Il partito comunista ordinò il cyber-assalto.

Il partito comunista ordinò il cyber-assalto.
Hacker ingaggiati per "spiare" i nemici.
da la stampa.it
05/12/2010 - I NUOVI DOCUMENTI DI WIKILEAKS

Che ci fosse la Cina dietro l'attacco informatico di dicembre 2009 contro Google lo si era sempre sospettato: i nuovi documenti pubblicati dai media partner di Wikileaks rivelano però per la prima volta che quell'assalto fu ordinato direttamente da influenti membri del Politburo, «infastiditi» per aver trovato sul motore di ricerca critiche alla Cina e alle loro persone. Non è chiaro, dalla documentazione, se Hu Jintao e Wen Jiabao, rispettivamente presidente e premier cinese, abbiano personalmente dato il via libera all'operazione. Non solo: l'attacco contro Google rientrava in una vera e propria cyber-war lanciata a partire dal 2002 contro agenzie governative e installazioni militari straniere, portata a termine da hacker professionisti. Come è noto, i militari cinesi hanno inaugurato proprio nel luglio di quest'anno il primo quartier generale per la guerra cibernetica, e l'Esercito (Pla) dispone di una imponente schiera di «soldati telematici».

Pechino ha tuttavia sempre smentito con forza di aver mai ordinato attacchi informatici contro aziende e agenzie straniere. L'attacco contro Google, si legge nei cable, venne «coordinato direttamente» da Li Changchun, membro del Politiburo e responsabile della propaganda del partito comunista cinese, e Zhou Yongkang, anch'egli membro del Politburo, tra i massimi responsabili della sicurezza del Paese. All'epoca dei fatti, Google non riuscì a provare che dietro gli attacchi ci fosse il governo di Pechino. L'intrusione era partita da un computer a Taiwan, sfruttato appositamente per rendere più difficile l'identificazione degli hacker. Le compagnie americane nel mirino erano più di una: oltre a Google, colossi come Adobe Systems, Northrop Grumman e Juniper Networks. I segugi di Mountain View non riuscirono neppure a capire con precisione gli obiettivi dell'attacco: ottenere un vantaggio dal punto di vista commerciale, inserire programmi di spionaggio nel sistema, spulciare le e-mail di dissidenti e di esperti americani sulla Cina. C'è chi ancora teme che tutte le ipotesi siano valide. Dopo l'episodio Google, le autorità cinesi, riferisce una fonte sui cable di Wikileaks, «arrivarono alla conclusione che il Web è sostanzialmente controllabile».

I documenti pubblicati testimoniano inoltre che già dal 2002 nel mondo si combatte una vera e propria guerra informatica a colpi di hacker assunti e schierati da eserciti contrapposti, con Pechino e Teheran in prima fila, con l'India che «arranca» nello sviluppo della cyber-war per le «discussioni interne al governo» e con gli Stati Uniti pronti a rafforzare le proprie agenzie per continuare a garantire la propria superiorità tecnologica. Centinaia gli attacchi registrati dal 2002 ad oggi, contro i sistemi informatici di ambasciate, organizzazioni governative e impianti militari, negli Usa come in Germania, a Seul come a Londra. Decine gli hacker assunti a tempo pieno, tra i quali il temibile cinese Lin Yong, Lion: la sua specialità, inutile dirlo, il «DDos attack».