martedì 3 agosto 2010
DIGITALE TERRESTRE: A RISCHIO EMITTENTI E TV LOCALI VENETE
TREVISO - (ls) Cresce la protesta in tutto il Veneto contro il Piano di attuazione del digitale terrestre che di fatto penalizza e rischia di cancellare le emittenti televisive locali. Parlamentari di ogni colore politico hanno alzato la voce, il dissenso si diffonde e così la mobilitazione dei cittadini. In Consiglio regionale veneto spicca l'interrogazione alla Giunta formulata dai consiglieri Federico Caner e Nicola Finco. In sostanza viene contestato il Piano nazionale per l'assegnazione delle frequenze pubblicato dall'Agcom, l'Agenzia per le garanzie nelle comunicazioni, che di fatto privilegia le emittenti nazionali. Ciò nonostante ci sia una legge, la 249 del 31 luglio 1997, che impone una riserva di un terzo delle frequenze a beneficio delle emittenti locali. Ma entriamo nel cuore del problema ascoltando le ragioni illustrate ai microfoni di Laura Simeoni dal presidente del gruppo consiliare della Lega Nord alla Regione Veneto, il trevigiano Federico Caner.
giovedì 29 luglio 2010
Safari che giunge alla versione 5.0.1.
Apple ha rilasciato un nuovo aggiornamento per Safari che giunge dunque alla versione 5.0.1. In quest'ultima release, i tecnici della società della mela hanno attivato le "Extensions", presentate nel mese di giugno ed indirizzate in modo specifico agli sviluppatori che possono aggiungere nuove funzionalità al browser purché sviluppate in Html5, Css3 e JavaScript.
Per aiutare gli utenti ad individuare le estensioni di maggiore interesse per loro, Safari integra anche una nuova "Extensions Gallery" consentendo in tal modo sia il dowload diretto, sia l'accesso al sito dello sviluppatore.
Tra le "Extensions" già sviluppate, una specifica nasce da Amazon.com che ha realizzato una "Amazon Wish List" per memorizzare i prodotti da acquistare o richiedere in regalo.
Parimenti disponibile una "Bing Extension" che porta la ricerca di Bing nella navigazione con Safari: selezionando una porzione di testo in Safari, Bing automaticamente effettua una ricerca sui termini individuati, mostrando suggerimenti e informazioni correlate.
Per le nuove Extensions, Safari attiva il meccanismo di "sandboxing" in modo tale da impedire eventuali modifiche indesiderate sul sistema dell'utente.
Gli aggiornamenti 5.0.1 e 4.1.1, appena resi disponibili, risolvono comunque anche una pericolosa vulnerabilità di sicurezza della quale avevamo dato notizia nei giorni scorsi (ved. questa pagina). Il problema risiede nel funzionamento dell'"autocompletamento" di Safari: un utente malintenzionato può infatti congeniare pagine web in grado di sottrarre informazioni personali del visitatore quali, ad esempio, le credenziali di accesso a siti e servizi online.
L'autore della scoperta, Jeremiah Grossman, aveva spiegato che l'attacco si concretizza allestendo una pagina web contenente una serie di campi con le "etichette" solitamente più utilizzate nei form di login o nei moduli di inserimento dati. Tali campi possono essere anche resi nascosti per non insospettire il malcapitato utente.
Preparando del semplice codice JavaScript, Grossman è riuscito a recuperare molti dati personali inseriti dall'utente in altri form online. Il codice JavaScript "maligno" provvede a digitare automaticamente alcune combinazioni di caratteri in ciascun campo attendendo le eventuali risposte fornite dalla funzionalità di completamento automatico del browser.
Le due nuove versioni risolvono poi, complessivamente, 15 vulnerabilità di sicurezza la maggior parte delle quali (13) legate al motore di rendering delle pagine (WebKit).
Safari 5.0.1 è disponibile per il download nelle versioni per Mac OS X 10.5.8 Leopard, 10.6.2 Snow Leopard e Windows.
Per aiutare gli utenti ad individuare le estensioni di maggiore interesse per loro, Safari integra anche una nuova "Extensions Gallery" consentendo in tal modo sia il dowload diretto, sia l'accesso al sito dello sviluppatore.
Tra le "Extensions" già sviluppate, una specifica nasce da Amazon.com che ha realizzato una "Amazon Wish List" per memorizzare i prodotti da acquistare o richiedere in regalo.
Parimenti disponibile una "Bing Extension" che porta la ricerca di Bing nella navigazione con Safari: selezionando una porzione di testo in Safari, Bing automaticamente effettua una ricerca sui termini individuati, mostrando suggerimenti e informazioni correlate.
Per le nuove Extensions, Safari attiva il meccanismo di "sandboxing" in modo tale da impedire eventuali modifiche indesiderate sul sistema dell'utente.
Gli aggiornamenti 5.0.1 e 4.1.1, appena resi disponibili, risolvono comunque anche una pericolosa vulnerabilità di sicurezza della quale avevamo dato notizia nei giorni scorsi (ved. questa pagina). Il problema risiede nel funzionamento dell'"autocompletamento" di Safari: un utente malintenzionato può infatti congeniare pagine web in grado di sottrarre informazioni personali del visitatore quali, ad esempio, le credenziali di accesso a siti e servizi online.
L'autore della scoperta, Jeremiah Grossman, aveva spiegato che l'attacco si concretizza allestendo una pagina web contenente una serie di campi con le "etichette" solitamente più utilizzate nei form di login o nei moduli di inserimento dati. Tali campi possono essere anche resi nascosti per non insospettire il malcapitato utente.
Preparando del semplice codice JavaScript, Grossman è riuscito a recuperare molti dati personali inseriti dall'utente in altri form online. Il codice JavaScript "maligno" provvede a digitare automaticamente alcune combinazioni di caratteri in ciascun campo attendendo le eventuali risposte fornite dalla funzionalità di completamento automatico del browser.
Le due nuove versioni risolvono poi, complessivamente, 15 vulnerabilità di sicurezza la maggior parte delle quali (13) legate al motore di rendering delle pagine (WebKit).
Safari 5.0.1 è disponibile per il download nelle versioni per Mac OS X 10.5.8 Leopard, 10.6.2 Snow Leopard e Windows.
1,8 miliardi di individui connessi quotidianamente al Web
Se per conoscere con un buon livello di certezza il numero di persone presenti in ogni singola nazione è sufficiente un censimento, non è assolutamente così semplice conoscere quanti siano gli individui provenienti da ogni Paese che si collegano alla rete. La società di statistiche riguardanti il mondo di Internet Pingdom ha provato comunque a fornire una stima di tali cifre grazie ai dati raccolti dalla Internet World Stats, offrendo anche un quadro generale della diffusione di Internet nel mondo.
Il dato dal quale si parte è il numero totale di utenti collegati alla grande rete: i dati raccolti da Pingdom e resi disponibili sul relativo sito web parlano di oltre 1,8 miliardi di individui, qualcosa in meno del 25% della popolazione totale della Terra. Solo 32 nazioni possono vantare più di 10 milioni di connessioni e 10 di queste riescono a portare in rete 1,17 miliardi di persone, circa il 65% del totale. Internet è, purtroppo, ancora appannaggio di poche nazioni, che rappresentano la fonte principale della rete.
Si passa poi all'analisi dei singoli Stati: a dominare la classifica è la Cina, con oltre 420 milioni di persone connesse. Sul secondo gradino del podio si collocano gli Stati Uniti, con 234,4 milioni, che insieme alla nazione asiatica fornisce circa la metà degli utenti totali della top 15 delle nazioni. Al terzo posto il Giappone, che per poco non raggiunge quota 100 milioni; alle sue spalle l'India - 81 milioni - che nonostante sia la quarta potenza mondiale sotto questo punto di vista, ha un tasso di diffusione di Internet di appena il 6,9%.
E l'Italia? La ricerca condotta da Pingdom non fa altro che mettere il dito in una piaga aperta ormai da tempo e che ne impiegherà almeno altrettanto per richiudersi. Lo Stivale è infatti collocato al 14esimo posto, alle spalle di Paesi come Nigeria, Turchia e Iran. Gli utenti connessi al web sono circa 30 milioni, grosso modo la metà del totale degli individui residenti sul suolo italiano. Una situazione, questa, che è conseguenza diretta della mancanza di un progetto preciso e sicuro per il mondo Internet nel nostro Paese, che fornisce connettività ai suoi cittadini sulla base di un'infrastruttura piena di problematiche e dal futuro ancora del tutto incerto.
In termini percentuali, l'Italia se la vede ancora peggio: il tasso di diffusione del web è del 51,7%, circa 7 punti in meno della media europea. Tale cifra colloca il "Bel Paese" al 33esimo posto nel ranking internazionale. La stima in questione, però, non si allinea con i dati diffusi un mese fa da Audiweb, che volevano 23,8 milioni di utenti italiani connessi in rete, cioè appena il 43% della popolazione totale.
Il dato dal quale si parte è il numero totale di utenti collegati alla grande rete: i dati raccolti da Pingdom e resi disponibili sul relativo sito web parlano di oltre 1,8 miliardi di individui, qualcosa in meno del 25% della popolazione totale della Terra. Solo 32 nazioni possono vantare più di 10 milioni di connessioni e 10 di queste riescono a portare in rete 1,17 miliardi di persone, circa il 65% del totale. Internet è, purtroppo, ancora appannaggio di poche nazioni, che rappresentano la fonte principale della rete.
Si passa poi all'analisi dei singoli Stati: a dominare la classifica è la Cina, con oltre 420 milioni di persone connesse. Sul secondo gradino del podio si collocano gli Stati Uniti, con 234,4 milioni, che insieme alla nazione asiatica fornisce circa la metà degli utenti totali della top 15 delle nazioni. Al terzo posto il Giappone, che per poco non raggiunge quota 100 milioni; alle sue spalle l'India - 81 milioni - che nonostante sia la quarta potenza mondiale sotto questo punto di vista, ha un tasso di diffusione di Internet di appena il 6,9%.
E l'Italia? La ricerca condotta da Pingdom non fa altro che mettere il dito in una piaga aperta ormai da tempo e che ne impiegherà almeno altrettanto per richiudersi. Lo Stivale è infatti collocato al 14esimo posto, alle spalle di Paesi come Nigeria, Turchia e Iran. Gli utenti connessi al web sono circa 30 milioni, grosso modo la metà del totale degli individui residenti sul suolo italiano. Una situazione, questa, che è conseguenza diretta della mancanza di un progetto preciso e sicuro per il mondo Internet nel nostro Paese, che fornisce connettività ai suoi cittadini sulla base di un'infrastruttura piena di problematiche e dal futuro ancora del tutto incerto.
In termini percentuali, l'Italia se la vede ancora peggio: il tasso di diffusione del web è del 51,7%, circa 7 punti in meno della media europea. Tale cifra colloca il "Bel Paese" al 33esimo posto nel ranking internazionale. La stima in questione, però, non si allinea con i dati diffusi un mese fa da Audiweb, che volevano 23,8 milioni di utenti italiani connessi in rete, cioè appena il 43% della popolazione totale.
scan internazionale degli account Facebook pubblici
Voleva essere una provocazione e l'effetto è perfettamente riuscito: Ron Bowes, sviluppatore Nmap Security, ha semplicemente messo in fila alcune righe di codice ed ha lanciato una sorta si scan internazionale degli account Facebook pubblici. L'esito è quello di un file di grandi dimensioni (2.8 GB) contenente oltre 100 milioni di account dei quali è possibile sapere nome, cognome, ID e molte altre informazioni che l'utenza ha lasciato incautamente a disposizione dei crawler esterni al social network.
La provocazione di Bowes nasce dalla deformazione professionale dello sviluppatore: l'azienza lavora infatti per assicurare massima sicurezza sulle reti, verificando che le combinazioni nome/password in uso siano a prova di bot. Le medesime tecnologie sono quindi state applicate al Web cercando su Facebook (il più ampio bacino di dati personali disponibile) tra gli account che l'utenza non ha chiuso agli occhi esterni. Il risultato è un file che sulla forza dei grandi numeri ha ottenuto immediata risonanza moltiplicandosi peraltro tramite canali P2P.
Ron Bowes ha spiegato il significato del proprio gesto alla BBC. La raccolta dei nomi, infatti, ha permesso ad esempio di identificare quelli più diffusi: jsmith, ssmith e skhan. A livello teorico sarebbe sufficiente incrociare tali nominativi con le password più comuni in uso (è nota la pericolosa abitudine di affidarsi al canonico "123456") e si otterrebbe come conseguenza il pieno accesso alle informazioni di una moltitudine di utenti. La legge dei grandi numeri consente questo tipo di ragionamento: decine di milioni di account su cui testare tali strategie permetterebbero di ottenere con relativa facilità decine di migliaia di dati da poter sfruttare a fini truffaldini o da rivendere sui canali illegali dedicati.
Bowes difende il proprio operato ricordando che ogni dato raccolto è pubblico e pertanto la tecnica usata non ha forzato alcuna difesa: il codice sviluppato ha semplicemente raccolto informazioni già di pubblico dominio, mettendo così in luce il pericolo potenziale che si ricava dal non badare con sufficiente attenzione al modo in cui i propri dati personali vengono trattati e tutelati. Tramite la BBC anche la Privacy International difende l'operato di Bowes: l'attacco ha preso forma secondo modalità "etiche" e diventa in questa fase utile per ricordare a tutti gli utenti quali possano essere i pericoli latenti che si concretizzano ogni qualvolta si agisce online senza la necessaria consapevolezza.
La provocazione di Bowes nasce dalla deformazione professionale dello sviluppatore: l'azienza lavora infatti per assicurare massima sicurezza sulle reti, verificando che le combinazioni nome/password in uso siano a prova di bot. Le medesime tecnologie sono quindi state applicate al Web cercando su Facebook (il più ampio bacino di dati personali disponibile) tra gli account che l'utenza non ha chiuso agli occhi esterni. Il risultato è un file che sulla forza dei grandi numeri ha ottenuto immediata risonanza moltiplicandosi peraltro tramite canali P2P.
Ron Bowes ha spiegato il significato del proprio gesto alla BBC. La raccolta dei nomi, infatti, ha permesso ad esempio di identificare quelli più diffusi: jsmith, ssmith e skhan. A livello teorico sarebbe sufficiente incrociare tali nominativi con le password più comuni in uso (è nota la pericolosa abitudine di affidarsi al canonico "123456") e si otterrebbe come conseguenza il pieno accesso alle informazioni di una moltitudine di utenti. La legge dei grandi numeri consente questo tipo di ragionamento: decine di milioni di account su cui testare tali strategie permetterebbero di ottenere con relativa facilità decine di migliaia di dati da poter sfruttare a fini truffaldini o da rivendere sui canali illegali dedicati.
Bowes difende il proprio operato ricordando che ogni dato raccolto è pubblico e pertanto la tecnica usata non ha forzato alcuna difesa: il codice sviluppato ha semplicemente raccolto informazioni già di pubblico dominio, mettendo così in luce il pericolo potenziale che si ricava dal non badare con sufficiente attenzione al modo in cui i propri dati personali vengono trattati e tutelati. Tramite la BBC anche la Privacy International difende l'operato di Bowes: l'attacco ha preso forma secondo modalità "etiche" e diventa in questa fase utile per ricordare a tutti gli utenti quali possano essere i pericoli latenti che si concretizzano ogni qualvolta si agisce online senza la necessaria consapevolezza.
Internet: in Italia è più lento che in Ghana
Internet: in Italia è più lento che in Ghana
www.dday.it
Secondo Ookla, società che gestisce il famoso SpeedTest.net, il nostro Paese è 61° in classifica, dopo il Kirghizistan e il Ghana.
www.dday.it
Secondo Ookla, società che gestisce il famoso SpeedTest.net, il nostro Paese è 61° in classifica, dopo il Kirghizistan e il Ghana.
YouTube e la Siae è accordo.
MILANO
Su internet la parola che vale miliardi è una sola: monetizzazione. Perché l'onda lunga generata dall'accordo tra YouTube e la Siae, anticipato ieri dal Sole 24 Ore, riguarda la possibilità di inserire pubblicità online nei video musicali e di renderli redditizi. Ecco perché il presidente della Siae, Giorgio Assumma, definisce «storico» il deal tra la sua associazione e i nuovi partner.
Ma c'è di più. L'intesa tra la piattaforma video e la Società italiana degli autori ed editori chiude un cerchio industriale. Se YouTube già da tempo aveva sottoscritto larghe intese nella direzione della tutela delle major (quindi sui diritti "connessi"), l'anello mancante riguardava proprio la tutela del diritto d'autore, cioé il compenso spettante alla persona fisica, la stessa che aveva scritto quella canzone e sceneggiato quella pellicola. In una parola: mancava la tutela della creatività.
In fondo è tutta una questione di avere le carte in regole per competere nel ricco agone degli spot online, che Google conosce alla perfezione perché l'ha inventato. Ma come avrebbe potuto YouTube, in assenza di un contratto con la Siae, raccogliere in Italia pubblicità nei suoi video sotto forma di "bannerini" (ma non solo)? L'altro tema importante è la qualità dei video: in YouTube già pullulano i canali ufficiali dedicati ai singoli autori ma per fornire un'offerta completa, fatta di "pacchetti" in alta definizione in grado di fare gola ai più grandi inserzionisti pubblicitari, non ci deve essere neppure una virgola (legale) fuori posto.
E così le etichette cantano vittoria per almeno due motivi. Il primo: potranno essere loro stesse a fare inserzioni pubblicitarie, solleticando l'interesse degli utenti attraverso sofisticati incroci di offerte musicali. Il secondo, decisamente più importante: non agganciarsi al treno di YouTube sarebbe un suicidio industriale perché oggi la musica si fruisce sempre più online, in streaming, una modalità che per certi versi sta rendendo curiosamente obsoleto il download di file.
«Fino alla metà dell'anno scorso un terzo dei ricavi generati dalla nostra divisione digitale proveniva da YouTube – racconta Fabio Riveruzzi, direttore della divisione nuovi media della Universal Italia – ma c'è da dire che si trattava di un accordo temporaneo, in attesa di un nuovo passaggio che, con nostro sollievo, è arrivato ieri. Il problema è che in questo periodo di transizione non abbiamo più incassato nulla da YouTube. Ora però si aprono possibilità di business importantissime».
Su internet la parola che vale miliardi è una sola: monetizzazione. Perché l'onda lunga generata dall'accordo tra YouTube e la Siae, anticipato ieri dal Sole 24 Ore, riguarda la possibilità di inserire pubblicità online nei video musicali e di renderli redditizi. Ecco perché il presidente della Siae, Giorgio Assumma, definisce «storico» il deal tra la sua associazione e i nuovi partner.
Ma c'è di più. L'intesa tra la piattaforma video e la Società italiana degli autori ed editori chiude un cerchio industriale. Se YouTube già da tempo aveva sottoscritto larghe intese nella direzione della tutela delle major (quindi sui diritti "connessi"), l'anello mancante riguardava proprio la tutela del diritto d'autore, cioé il compenso spettante alla persona fisica, la stessa che aveva scritto quella canzone e sceneggiato quella pellicola. In una parola: mancava la tutela della creatività.
In fondo è tutta una questione di avere le carte in regole per competere nel ricco agone degli spot online, che Google conosce alla perfezione perché l'ha inventato. Ma come avrebbe potuto YouTube, in assenza di un contratto con la Siae, raccogliere in Italia pubblicità nei suoi video sotto forma di "bannerini" (ma non solo)? L'altro tema importante è la qualità dei video: in YouTube già pullulano i canali ufficiali dedicati ai singoli autori ma per fornire un'offerta completa, fatta di "pacchetti" in alta definizione in grado di fare gola ai più grandi inserzionisti pubblicitari, non ci deve essere neppure una virgola (legale) fuori posto.
E così le etichette cantano vittoria per almeno due motivi. Il primo: potranno essere loro stesse a fare inserzioni pubblicitarie, solleticando l'interesse degli utenti attraverso sofisticati incroci di offerte musicali. Il secondo, decisamente più importante: non agganciarsi al treno di YouTube sarebbe un suicidio industriale perché oggi la musica si fruisce sempre più online, in streaming, una modalità che per certi versi sta rendendo curiosamente obsoleto il download di file.
«Fino alla metà dell'anno scorso un terzo dei ricavi generati dalla nostra divisione digitale proveniva da YouTube – racconta Fabio Riveruzzi, direttore della divisione nuovi media della Universal Italia – ma c'è da dire che si trattava di un accordo temporaneo, in attesa di un nuovo passaggio che, con nostro sollievo, è arrivato ieri. Il problema è che in questo periodo di transizione non abbiamo più incassato nulla da YouTube. Ora però si aprono possibilità di business importantissime».
Pubblicati in rete dati di oltre 100 milioni di utenti.
Se si vuole sfatare il mito della sicurezza di Facebook quale modo migliore che cercare di raccogliere e pubblicare in rete dati di oltre 100 milioni di utenti?
Ron Bowes, consulente di sicurezza, ha voluto evidenziare la questione della privacy sul social network scansionando i profili di Facebook tramite il pezzo di codice apposito, e raccogliendo da qui i dati non nascosti dalle impostazioni di privacy di ogni utente. L'elenco, che è stato condiviso su un file scaricabile, contiene l'URL del profilo di oltre 100 milioni di "amici", con il loro nome e l'ID univoco.
La lista è stata pubblicata su Pirate Bay, il più grande sito di file-sharing del mondo, ed è già stata scaricata da più di 1.000 utenti.
In una dichiarazione alla BBC News, Facebook ha risposto che le informazioni contenute nella lista erano già liberamente disponibile online. «Le persone che usano Facebook hanno la facoltà di scegliere quello che vogliono inserire, con chi vogliono "fare amicizia", e quando vogliono - recita il comunicato - in questo caso sono state raccolte informazioni che gli utenti avevano già accettato fossero pubblicate sul proprio profilo. Nessun dato strettamente personale è stato reso disponibile o è stato compromesso».
Ron Bowes, consulente di sicurezza, ha voluto evidenziare la questione della privacy sul social network scansionando i profili di Facebook tramite il pezzo di codice apposito, e raccogliendo da qui i dati non nascosti dalle impostazioni di privacy di ogni utente. L'elenco, che è stato condiviso su un file scaricabile, contiene l'URL del profilo di oltre 100 milioni di "amici", con il loro nome e l'ID univoco.
La lista è stata pubblicata su Pirate Bay, il più grande sito di file-sharing del mondo, ed è già stata scaricata da più di 1.000 utenti.
In una dichiarazione alla BBC News, Facebook ha risposto che le informazioni contenute nella lista erano già liberamente disponibile online. «Le persone che usano Facebook hanno la facoltà di scegliere quello che vogliono inserire, con chi vogliono "fare amicizia", e quando vogliono - recita il comunicato - in questo caso sono state raccolte informazioni che gli utenti avevano già accettato fossero pubblicate sul proprio profilo. Nessun dato strettamente personale è stato reso disponibile o è stato compromesso».
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